Il racconto che pubblichiamo della nostra studentessa di 5A classico, Martina Lovisi, ha ricevuto il Premio Rispo 2018 presso il Liceo Garibaldi di Napoli. Complimenti a Martina!

Introduzione

Fuochi. Durante quella seconda grande guerra ce ne furono molti, di fuochi.

Ci fu il fuoco sparato dalle armi, mietitore di vittime.

Ci fu il fuoco dei forni crematori, senza pietà per i corpi straziati.

Ci fu il fuoco amico, pugnalatore di quegli ebrei che, in quel 16 ottobre 1943, ebbero la sfortuna di vivere nel ghetto di Roma.

Ma ci furono anche altri tipi di fuochi, quelli che non fecero rumore, che si accesero e si spensero in silenzio.

Sono storie di fuochi fantasma, storie che le norme e le condizioni di vita del tempo non rendono poi così surreali, per quanto frutto di fantasia. Hanno una collocazione territoriale – accennata – e una data – ben precisa. Date non importanti, di quelle non riportate nei libri di storia, ma che non per questo hanno meno dignità.

Sì, hanno dignità quei fuochi, quelle fiammelle che avevano appena preso vita, brutalmente smorzate. Con crudeltà, è stata spenta la vita di innocenti che non hanno voluto rinunciare ad essere chi erano. Con crudeltà, è stata soffocata la luce nello sguardo di chi non è stato abbastanza forte da salvarsi da solo.

 

 

FUOCHI D’ARTIFICIO – 31 Agosto 1940[1]

Il primo fuoco d’artificio dell’ultima notte d’estate oscura le stelle con uno scoppio. Poi un altro, un altro e un altro ancora.

Li odia, i fuochi d’artificio. Quelle fiamme colorate che esplodono in cielo per poi morire così in fretta gli hanno sempre messo addosso una grande tristezza. Solo una scia di fumo che ne ricalca la forma lascia traccia della loro esistenza. Poi anche quella sparisce.

Sono così belli nella loro caducità.

Così rumorosi, tanto da coprire pensieri, parole, colpi di pistola.

Un colpo di pistola.

Raggiunge il suo obbiettivo senza esitazione, si fa strada nella nuca di Masi e non può far nulla per impedirlo.

Il motociclo si sbilancia, cadono a terra.

La fuga è un’illusione che salutano con occhi bagnati ed un sibilo che non ha il tempo e la forza di trasformarsi in urlo.

Nando si mette a gattoni, le ginocchia e le braccia gli bruciano per le sbucciature. Ma non importa.

Raggiunge Masi e lo poggia con attenzione contro la corteccia ruvida del pino marittimo. Non guarda la ferita.

“Tuttu beni” pensa, forse dice anche, i fuochi coprono tutto. “Tuttu beni, Masi. Tra picca nuautri annammu via.[2]

E ancora Masi, Masi, Masi. È l’unica parola che riesce a pensare, mentre si mette in piedi, in attesa dell’inevitabile.

Ed eccolo Tano, non poteva essere che suo fratello Tano. Scende dalla moto truccata e gli si pianta davanti, a un passo da lui, la fascia nera che spicca prepotente sulla camicia da festa.

Nando non l’ha mai visto così enorme. Capisce di non essere che un ragazzino che fronteggia giganti, che la fine della storia è già stata scritta. Ma non importa. Il suo sguardo è fermo, troppo bagnato ma fermo. Accusano il gigante i suoi occhi nocciola, mai stai così neri.

Il cielo continua a sfrigolare di colori funerei, squarciato da ferite blu, gialle, verdi, rosse rose sangue fuoco. Ma ora c’è silenzio. C’è silenzio per Masi. C’è silenzio per Nando, immobile con le gambe sottili nella terra quasi fosse anche lui un albero.

Tano lo guarda, i suoi occhi piccoli sono vacui. La pistola è pesante, è troppo tempo che la tiene in mano. Non sa se c’è qualcosa che deve dire. Non sa se deve tacere.

 

«Accussì è statu dicisu[3]» dice Tano, la sua voce supera i fuochi. «Schifu è chiddu ca fate[4]. Genti comu vuatri nun putiri èssiri[5]

Nando chiude gli occhi, annuisce piano. È per quello che stavano scappando, le promesse eterne, senza pegni, ancora sulle labbra.

C’è ancora silenzio tra il bimbo e il gigante.

Ci sono ancora i fuochi che incendiano la notte.

«Fa stìenniri a mia vicinu a iddu[6]

È ancora fisso come il pino. Gli occhi sono ancora troppo bagnati.

«Ri che parri, carusu[7]

La mano stanca si stringe contro il calce. Il dito è ancora lontano dalla leva.

«Fa stìenniri a mia vicinu a iddu. È dà chi vogghiu stari.[8]»

Nando vorrebbe stringere i pugni e alzarsi in alto, più in alto del gigante, come il pino.

«Nun riri minchiunarìe. Chi riranno doppu?[9]»

Gli occhi-bottone di Tano vanno su Masi. Nando gli si para davanti, le spalle ossute a bloccargli lo sguardo. Sembra più alto nel farlo.

 

«Hannu già parratu bastanti[10]

La pistola è troppo, troppo pensate. Non c’è più tempo per parlare.

Tano gli fa un cenno col mento. Il collo grosso trema. Il sudore sulla fronte luccica rosso sotto i fuochi.

«Spicciati[11]» dice solo.

 

Nando gli dà le spalle, le incurva, un albero troppo giovane che si piega sotto una frana, fino a spezzarsi.

Cerca la mano di Masi con la propria un po’ più piccola e un po’ più abbronzata. Le dita un po’ più sottili e un po’ più scure la stringono con forza, poi con delicatezza. Il pollice ossuto ne accarezza il dorso morbido, indugiando sulla cicatrice che la percorre. Masi se l’era fatta per colpa sua, una volta che da piccoli – estati, troppo poche, prima – si stavano arrampicando sugli scogli. Quella ferita cicatrizzata sulla sua mano sempre più fredda si sarebbe dovuta aprire sulla tempia di Nando. Se così fosse stato, la terra non avrebbe bevuto tanto sangue di Masi, non quella sera, non per la sua follia. Ma non era tempo per i ‘se’. Si stringe a lui ancora un po’. Affonda il naso tra i suoi capelli bruciati dal sole. L’odore del mare, di quell’estate che era stata loro, gli riempie i polmoni. Abbassa brevemente le palpebre. Quando le solleva, è pronto.

I piccoli occhi di Tano si poggiano sulla creatura sotto l’albero, con gli occhi chiusi sembra che dorma. L’altra creatura si sdraia accanto a lui. Stringe a sé quel corpo morto ancora caldo. Non c’è vittoria in quell’abbraccio a cui è stato proibito di avere significato. Ma qualcosa, nei movimenti della creatura che abbraccia il cadavere, gli dà una dignità violenta e intoccabile. Qualcosa che avvolge ciò che resta di chi sta stringendo. Qualcosa che scorre elettrica anche sulla pelle del gigante. Amore. Una cosa morta di rado ne riceve tanto.

Tano si trova a chiudere gli occhi mentre il dito scivola nella sede predestinata dal fato.

Nessun rimorso, nessun motivo, nessuna giustificazione.

L’unica cosa che abbia avuto senso è stata vissuta in quell’estate, vissuta da quei due ragazzi che hanno creduto di avere il diritto di essere felici.

L’amore è caduto, assorbito dalla terra, e nessuno potrà più assaggiarne il sapore. Non restano che anime intrecciate negli aghi di pino. Mani intrecciate per le dita.

L’ultimo fuoco artificiale si spegne. Rimane una cicatrice di fumo nero che il vento spazza via.

 

 

 

 

FUOCHI FATUI – 5 Aprile 1941[12]

Il respiro inciampa nei denti. Le mani artigliano le lenzuola sudate. La testa è reclinata all’indietro, il volto rosso corrugato in una smorfia di dolore.

 

Ehi, Mari’, sono io, Anna.

Non lo so perché ti sto scrivendo questa lettera. Probabilmente non ti farà piacere leggerla. A conti fatti sto solo sprecando l’inchiostro di papà. Ha detto che posso prenderlo, però, quindi va bene, penso.

 

«Cusì, cusì. Vocia, Mari’, vocia che fa beni.[13]»

La voce dell’ostetrica la raggiunge a fatica. È così difficile rimanere lucida. Fa male, è una tortura. Affonda i denti nel labbro, con cattiveria, rabbia, frustrazione. E urla.

Non ha ancora quindici anni.

È ancora figlia, non può essere madre.

Il cerchietto d’oro è pesante al dito sottile: un macigno sul cuore e una stretta alla gola.

Con la coda dell’occhio la vede brillare, quella fede annerita dalla cenere di sogni infranti. Vorrebbe strapparselo via, buttarlo tra le prime fiamme disponibili, dimenticarne per sempre l’esistenza. Ma non può, non può.

Il sale delle lacrime si mischia a quello del sudore.

 

Io mi chiedo cosa ti sia successo, durante la mia assenza. Ho saputo delle tue nozze, del figlio che hai in grembo. Sono stata contenta, anche se speravo che, prima di accasarti, mi avresti raggiunta all’università. Ce lo dicevamo sempre, quando eravamo piccole, ricordi? Anche se siamo cresciute in case diverse, in climi diversi, papà avrebbe aiutato anche te. Ce lo promise, no? Ma non è di questo che voglio parlare. Qualcosa è cambiato, in te, e non in bene. Me ne sono accorta subito, al primo sguardo, appena sono tornata per questa breve sosta.

Avevi la primavera nei tuoi grandi occhi blu, così belli tra quelle ciglia bionde, così vivi. Erano fuoco. Quando mi guardo allo specchio mi rendo conto che, anche se il nostro è lo stesso blu, non avrò mai quello sguardo. Ed ora? Dove sono quegli occhi, Mari’? Non li si incrociano più nei vicoli di strade del paese, tra cui mi perdo ancora senza la tua guida. Non li si vedono più tra i banchi del mercato, risaltati da quei tuoi foulard che spiccano sulla camicia bianca e la gonna nera. Non li si trovano più tra gli scogli, persi nel mare a cui hai rubato il colore. Dove sono quelle due tue pozze di marea che luccicano di tesori? Dove, Mari’?

 

È troppo presto. Vuole altro tempo.

Altro tempo, per raccogliere vetro levigato sulla spiaggia rocciosa.

Altro tempo, per farsi intrecciare i lunghi capelli biondi dall’amica del cuore.

Altro tempo, per nascondere nei tronchi degli alberi dichiarazioni d’amore.

Ma non le è stato concesso.

La violenza subita continua a tormentare le sue notti. Le braccia sottili sono graffiate a sangue: il pizzicore dell’abito bianco in cui l’hanno costretta per aver salvo l’onore[14], mesi prima, non la abbandona mai.

Un altro grido lascia le sue labbra contratte. Vorrebbe dire che non ce la fa più, di mettere in qualunque modo fine a quella sua agonia e per favore, basta, BASTA!

 

Scusa se me ne sono andata lasciandoti così, con una misera lettera. Avrei preferito prenderti le mani tra le mie e dirti tutto guardandoti in quegli occhi tanto belli. Avrei voluto assistere alla nascita del tuo primo bambino, esserti accanto durante il parto. Nella mia sterilità non saprò mai come ci si sente, ma viverlo attraverso di te sarebbe stato abbastanza. Ma che dico ‘abbastanza’, sarebbe stato meraviglioso! Purtroppo, nonostante i miei desideri, nostro padre è dovuto ripartire, ed io con lui. Ma tieni duro, sono sicura che andrà tutto bene. Ho lasciato a tua madre un regalo per il bambino. Non è nulla di che, ma spero che lo apprezzerai.

 

«’Mbutta, Mari, ‘mbutta! Cusì, cusì![15]» Continua a dirle l’ostetrica, ma non l’ascolta più.

Nelle sue orecchie c’è solo il sussurro di sua mamma, che le tiene la mano con una malinconia rassegnata:

«Cuminciari cusì giuvini, immantinenti t’ha dezzaru la patacca [16]

Prova ripugnanza a ripensare al nastro verde dai bordi blu di sua madre, appuntato con ‘fierezza’ sulla giacca della domenica. I dodici fiocchi di metallo – 6 esatti per compagno di vita – sono un pugno all’occhio.

“Nbojjiu[17]”, pensa, continuando ad urlare. “Nbojjiu. Nbojjiu. Nbojjiu”.

Eppure non ha scelta. L’ha mai veramente avuta?

È sempre stata destinata a questo, anche se solo adesso ne prende coscienza.

Non è che un corpo condannato ad essere legittimamente violato, a sfornare figli per la grandezza della patria.

Non è e non potrà mai essere nient’altro.

Il pianto di un neonato riempie la piccola stanza, tonante.

Non lo degna neanche di uno sguardo.

 

Sembri una morta che respira. Dov’è quel tuo bel blu, Mari’? È così scuro, ora, quasi nero. Non lo riconosco più. Sono spettrali i tuoi occhi adesso, distanti, tristi. Quando li guardo, mi sembra quasi di rivedere quei fuochi fatui disegnati sul libro di scuola, quelli che ti affascinavano tanto. A me, invece, hanno sempre messo addosso tanta tristezza. Che fine ha fatto la tua luce, Mari’? La rivoglio indietro. Voglio di nuovo indietro la mia sorellina.

 

Un colpo di vento entra dalla finestra. L’odore di polline e di mare sostituisce per qualche attimo quello rugginoso del sangue. La brezza solleva la lettera ordinatamente vergata abbandonata sul comodino, portandola via. La carta sfiora il braccio sinistro abbandonato penzoloni dal materasso, un tocco leggero che non causa reazioni.

Sui fuochi fatui cala il sipario.

 

 

Martina Lovisi

Liceo Pitagora B. Croce – Torre Annunziata

V A Classico

25.10.2018

[1] Dialoghi in un siciliano che può presentare errori in quanto scritti facendo affidamento a dizionari online. Traduzioni di seguito tra le note.

[2] Va tutto bene, Masi. Tra poco ce ne andiamo.

[3] E’ stato deciso così.

[4] Fate schifo.

[5] Gente come voi non può esistere. [Non fu aggiunta in maniera definitiva nessuna norma nelle leggi razziali contro gli omosessuali: prevedere il reato di omosessualità, di fatto, significava ammettere l’esistenza degli omosessuali in Italia, come si legge nella relazione redatta dalla Commissione Appiani.]

[6] Fammi stendere vicino a lui.

[7] Di che parli, ragazzino?

[8] Fammi stendere vicino a lui. È là che voglio stare.

[9] Non dire sciocchezze. Che diranno dopo?

[10] Hanno già parlato abbastanza.

[11] Sbrigati.

[12] Dialoghi in un calabrese che può presentare errori in quanto scritti facendo affidamento a dizionari online. Traduzioni di seguito tra le note.

[13] Così, così. Urla, Maria, urla che fa bene.

[14] Fino al 1981 era in vigore un articolo, nel codice penale, che ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto “matrimonio riparatore“, contratto tra l’accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

[15] Spingi, Mari’, spingi! Così, così!

[16] Cominciare così giovane, ti danno subito la medaglia. [Durante il regime fascista, fu istituita la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose, con un minimo di sette figli – sei per le vedove di guerra -. La ricompensa associata alla medaglia era di 5 lire a figlio e un’agevolazione a 15 lire a figlio se veniva chiamato con nomi patriottici. Per ogni figlio veniva appuntato un fiocco di metallo sul nastro.]

[17] Non voglio.

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