Come già molti hanno fatto notare, l’assurda situazione che stiamo vivendo in seguito al contagio da coronavirus presenta svariate somiglianze con le conseguenze dell’epidemia di peste descritta da Manzoni nei capitoli XXXI e XXXII del suo romanzo. In essi l’autore si sofferma soprattutto sull’analisi degli effetti morali che la tragedia ebbe su istituzioni e popolo, facendo così emergere una serie di negatività che, nonostante la considerevole distanza temporale, stiamo riscontrando anche nella nostra situazione. Questo sicuramente non va a nostro favore, dal momento che dopo 400 anni ci si aspetta una dose di buonsenso maggiore: e invece, stiamo dando sfoggio di tutte le nostre peggiori qualità, proprio come allora.

Manzoni usa due parole molto adatte a descrivere i comportamenti di tutta la società seicentesca: cecità e fissazione, caratteristiche che oggi non potrebbero essere più evidenti. Come i milanesi del ‘600 negavano l’esistenza della malattia, noi neghiamo la sua pericolosità, questo perché, mentre noi cittadini del mondo ci sentivamo invincibili e intoccabili, in passato si aveva una paura folle della verità. Anche noi, quando i nostri concittadini hanno iniziato a morire, abbiamo manifestato il nostro terrore, molto meno giustificabile. Infatti, non solo il coronavirus non è paragonabile alla gravità della peste, ma noi abbiamo anche a disposizione conoscenze scientifiche e tecnologiche oltre ogni immaginazione, che dovrebbero, fra l’altro, stimolare la nostra razionalità. E invece ci siamo dimostrati ciechi anche noi, in preda della mancanza di senno che scaturisce sempre dalla paura: tanto per dirne una, abbiamo assaltato i supermercati, come se ci aspettassimo che ovunque tuto il cibo sarebbe scomparso da un momento all’altro. Senza considerare che, proprio come nel 1600, non abbiamo dato peso alle misure precauzionali stabilite da medici ed esperti: abbiamo piegato la testa solo con le leggi. Nel frattempo, a causa della nostra mancanza di giudizio, il contagio si è diffuso da nord a sud, proprio come in passato, e abbiamo iniziato a prendere sul serio quelli che ne sapevano più di noi solo quando “la peste era già entrata a Milano”. Fortunatamente, le nostre istituzioni hanno reagito in maniera più assennata rispetto a quelle seicentesche, ma comunque il blocco è arrivato in ritardo; di certo ha aiutato l’evoluzione del sistema sanitario e politico rispetto all’inefficiente tribunale della sanità, la cui lentezza ci ha caratterizzati comunque. Forse è stata una casualità, forse c’erano in ballo interessi economici (fermare tutto è pur sempre una decisione greve), ma è inutile impegnarsi in una caccia all’uomo, come invece ci racconta Manzoni a proposito degli untori. Anche se, a pensarci bene, la convinzione che ci fossero delle persone incaricate trasmettere il morbo non è molto diversa dalle centinaia di teorie complottiste che oggi attribuiscono la colpa all’una o all’altra potenza, a questo o a quell’altro scienziato che chissà quanti anni fa aveva predetto tutto. Incredibilmente simile è anche il trattamento riservato ai forestieri nel ‘600 e oggi: in passato, infatti, si diffidava di loro ed erano frequenti gli arresti e le lapidazioni da parte della popolazione spaventata, mentre oggi abbiamo evitato e additato per settimane i cinesi residenti nel nostro paese, arrivando addirittura ad alzare le mani su di loro per strada.

Chissà cos’avrebbe detto Manzoni nel vedere che, mentre gli anni passano e diventano secoli, mentre tecnologia e scienza corrono di pari passo verso il futuro e l’istruzione conquista le menti di milioni di persone, proprio le persone rimangono le stesse.

Arianna De Martino 2A classico

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