Ho deciso di partire, senza avere la più pallida idea del mondo che si sarebbe aperto ai miei occhi. Il 20 agosto 2019 salgo in aereo, meta … Brussel, questo era già chiaro, ma poi?

Arrivo a Genk, una cittadina in Limburgo, luogo di immigrazione di italiani negli anni ’40,  destinati al lavoro nelle miniere. Un lavoro pesante e scomodo “riservato” agli immigrati con tanti sogni nel cuore e una voglia di riscatto tanto forte da far sentire ancora l’eco della cultura e delle tradizioni italiane. Nonostante questo particolare, che forse mi ha aiutata a farmi sentire a casa più in fretta, all’inizio era tutto nuovo. Ogni singola azione, suono, risata, paesaggio, era una novità e mi sono sentita come un bambino che va per la prima volta al Luna Park; un bambino molto emozionato di salire sulle giostre, specialmente sulle montagne russe e …. a chi è che non piace l’adrenalina della discesa? Beh, questa è una domanda semplice, ma la parte difficile è salire.

La prima difficoltà che ho incontrato è stata la lingua: il fiammingo, ovvero l’olandese parlato nelle Fiandre, che ha un accento diverso da quello dei Paesi Bassi. Ho cominciato con spensieratezza e curiosità, aiutata dalla prima famiglia ospitante, attaccando post-it su ogni oggetto in casa, leggendo libri per bambini di 3-5 anni e soprattutto ascoltando.  Sì, ascoltare è stata decisamente la parola chiave. Se qualcuno dovesse mai chiedermi un consiglio su come imparare una lingua o su come ambientarsi in un altro paese, io risponderei semplicemente “ascoltando” e “osservando”.

All’inizio tutto era una sfida. Anche la cosa più banale, come entrare in un bar e chiedere un bicchiere d’acqua, sembrava insormontabile.  Infatti “se avessi parlato in inglese, si sarebbe subito capito che non ero di lì” (come se poi fosse un qualcosa di negativo…!!), ma quest’idea e questa voglia di immedesimarmi completamente nei panni di un local, mi ha aiutata molto. Con il passare del tempo, però, alcune sfide sono diventate sempre più semplici, come rubare caramelle a un bambino (restando nel tema del parco giochi!!), ma se ne aggiungevano sempre altre e sempre più complesse. Se sei ambizioso e punti ad assumere una conoscenza completa di un qualsiasi argomento, le scale non finiscono mai.

Posso dire che la scuola è stata il centro della mia esperienza, per la formazione e per le amicizie: ho scelto di iscrivermi a un liceo artistico con indirizzo AVV, ovvero formazione audiovisiva (fotografia e produzione videografica). Ho scelto questo indirizzo, un po’ per caso e un po’ per ispirazione, ma non avrei mai pensato di poter scoprire la mia passione! Probabilmente era “meant to be”, adesso la fotografia è diventata parte integrante delle mie giornate e della mia vita. Oltre ad essere cresciuta grazie a tutte le esperienze vissute durante quest’anno, mi sento completa perché ho trovato qualcosa che amo fare.

Gli insegnanti si sono mostrati cordiali e disponibili sin dal primo giorno e posso dire di aver costruito rapporti di fiducia e rispetto con tutte le persone conosciute a scuola.  Mi hanno fatta sentire accolta, mi hanno trasmesso la voglia di conoscere e scoprire, la cultura belga e la lingua fiamminga, ma anche ogni argomento affrontato in classe. Il Belgio è una nazione non molto grande, ma essendo molto attiva con il programma di scambio giovanile, mi sono trovata a condividere quest’esperienza con centinaia di altri studenti di scambio, che vivevano nella mia stessa città e in città vicine. Generalmente i ragazzi exchange fanno una scelta: uscire con gli altri exchange students oppure con persone del posto. Io mi sono chiesta: “Perché scegliere?”. Infatti ho festeggiato con amici provenienti da tutte le parti del mondo (gli studenti di scambio sono sempre quelli più folli e festaioli), ho studiato insieme ai miei compagni di classe, belgi, siamo usciti e abbiamo riso insieme.

Ho migliorato le mie abilità in spagnolo grazie all’amicizia stretta con ragazzi sudamericani, in inglese, in fiammingo cercando di parlare e praticare il più possibile, in francese, studiandolo a scuola, in tedesco. Ho anche imparato parole finlandesi, indonesiane, cinesi e norvegesi. Più interculturale di così…

Poi è arrivato il COVID-19 con il lockdown e la quarantena. “Che ci faccio qui? Cosa sta succedendo? Perché sta succedendo?”

Queste, alcune delle domande che mi sono posta per tre mesi. Mi sono sentita persa, totalmente persa, confusa e sola. Vivere la quarantena è difficile e quando lo fai a casa di qualcun altro in un’altra nazione a volte lo può essere ancora di più.

Tutto è cominciato venerdì 13 marzo 2020, quando mi stavo dirigendo verso scuola con il mio host father pronta (ma non del tutto) a vivere l’ultimo giorno di lezioni e vedere i miei amici prima di tre settimane. Questo era il periodo di pausa che ci aveva dato il governo belga. Già pensavo, 21 giorni sono tantissimi! Se solo avessi saputo che sarebbero stati il doppio, il triplo … insomma, molti di più! E se solo avessi saputo che non avrei avuto nemmeno la possibilità di salutare i miei amici e gli insegnanti! Sì, in effetti non è andata come mi aspettavo…

Mentre stavamo in macchina ho ricevuto una chiamata da Kurt, responsabile degli studenti di scambio del club Rotary di cui facevo parte, che mi dice che, purtroppo, per motivi di sicurezza, non sarei potuta andare a scuola. In effetti, come dargli torto? Ma ero ancora troppo in confusione per capire quanto la situazione fosse grave. Da quel momento tutto è cambiato. Dopo aver fatto le valigie e aver cambiato famiglia ospitante in poche ore, ogni studente di scambio ha ricevuto una mail dall’organizzazione che annunciava l’annullamento del programma e, fatte alcune eccezioni, tutti gli studenti sarebbero dovuti tornare a casa. Ecco, io ero proprio una delle “eccezioni”: la situazione in Italia era troppo pericolosa per salire in un aereo e tornarvici. Bene, era ufficialmente cominciata la mia quarantena all’estero. E ora?

Ho avuto paura. Ero arrabbiata. dopo 7 mesi di sacrifici, sforzi e ostacoli per costruire una vita da zero e cercare di trovare un equilibrio e un ordine, mi sembrava di aver perso tutto. Ma la vita è bella perché c’è sempre uno spiraglio di luce, perché c’è sempre la fine in un tunnel. Ho realizzato di avere conosciuto persone incredibili, a partire dalle famiglie che mi hanno ospitata fino al personale scolastico. Ho ricevuto cartoline, foto, messaggi da insegnanti e amici con parole confortanti e di affetto, ho capito che tutto aveva un senso e che questo era il risultato di tutti i sacrifici e tutti gli sforzi fatti. Mi hanno fatta sentire a casa.

Ci sono sicuramente stati momenti di sconforto, in cui mi chiedevo addirittura cosa stessi facendo lì, ma bastava guardare la mia “sorellina” sorridere per capire che era inutile porsi domande senza risposta. Ho molto spesso pensato che non sarebbe dovuta andare così, non sarebbe dovuta finire da un giorno all’altro, che c’erano ancora tante cose che avrei dovuto fare prima di andare via, posti che avrei dovuto visitare, persone che avrei dovuto conoscere meglio, altre esperienze e risate che avrei dovuto condividere con amici. Avrei dovuto avere paura ancora una volta in classe, prima di parlare davanti a tutti, avrei dovuto tremare ancora per un sorriso da una persona inaspettata. Posso dire che quello che ho vissuto ha decisamente molto più valore di quello che ho perso. Potrei addirittura affermare che scrivere “perso” è decisamente sbagliato.

Ho imparato tanto, anche durante il periodo della quarantena. Sì, potrei non aver avuto la possibilità di vivere determinate esperienze, ma ne ho vissute altre, di tipo diverso, che mi hanno portata a riflettere su questo fantastico anno. Posso dire di aver assaporato ogni attimo di questo anno, ogni secondo di gioia, di paura, di sorpresa. Ho vissuto…. pienamente e ora mi porto a casa un bagaglio pieno, ricco di speranze ed esperienze che mi hanno aiutato a crescere e a maturare.

Alessia Vitiello , V C linguistico

Facebooktwitter