Il 25 novembre è una giornata mondiale importante dedicata a un tema che, purtroppo, è ancora d’attualità. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito per il 25 novembre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Si è scelta la data del 25 novembre per ricordare 3 sorelle coraggiose, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa), assassinate selvaggiamente il 25 novembre del 1960 da sicari del dittatore Trujillo. Le sorelle Mirabal avevano tentato di contrastare il regime di Trujillo e, per questo, furono assassinate.

La violenza contro le donne persino in un’epoca  civilizzata come la nostra sta raggiungendo dimensioni che definire barbariche è poco.

Nel  settembre 2017, il dato era di:

  • 3 milioni e 466 mila donne che in Italia negli ultimi 5 anni hanno dichiarato di aver subito stalking
  • una donna uccisa ogni tre giorni nel 2017
  • 740 donne uccise negli ultimi 10 anni, di cui 1.251 in famiglia.

Forse si può pensare che la violenza contro le donne sia soltanto lo stupro consumato, ma non è così. Quello è un reato, anche molto grave, ma non è l’unica forma di violenza contro le donne. L’associazione “Noi No, uomini contro le violenze”, riassume il fenomeno in tre parole: “Minacciare, Umiliare, Picchiare”. La violenza di genere, infatti, non è solo l’aggressione fisica di un uomo contro una donna, ma include anche maltrattamenti psicologici, ricatti economici, minacce, violenze sessuali, persecuzioni. A volte sfocia nella sua forma più estrema, il “femminicidio”.

Tutti i comportamenti che non tengono conto della volontà della donna, che ha diritto a dire di sì e di no a qualsiasi idea o proposta come qualunque essere umano dotato di diritti e dignità, sono di per sé violenti. Nel passato la donna non poteva esprimere le proprie idee e non aveva una cultura, era considerata quasi nulla rispetto all’uomo tanto che si parlava di sesso debole. Ancora oggi in alcuni Paesi è sottomessa all’uomo e l’uguaglianza di diritti è lontana. Nei Paesi più sviluppati, le donne, per raggiungere una posizione sociale, hanno dovuto lottare a lungo e ci sono state molte battaglie per la loro indipendenza.  Difficile resta la vita delle donne nel Medio Oriente, la cui condizione è legata soprattutto all’Islam. Secondo il Corano, la donna è uguale all’uomo e non esiste nessuna discriminazione dopo la morte ma, nonostante questo, in alcuni paesi le donne sono sempre sottoposte all’autorità di un uomo, che sia il padre, il marito o un fratello. Non hanno libertà di movimento e di espressione, sono escluse dalla vita pubblica e politica, non possono guidare l’automobile, nei locali pubblici hanno entrate separate da quelle degli uomini. Il fenomeno della violenza maschile sulle donne è un argomento molto importante e delicato, erroneamente considerato, soprattutto dalle popolazioni occidentali, lontano, come qualcosa che ormai non ci riguarda più. Basta prendere in considerazione la nostra terra: in Italia, infatti, fino a non molti anni fa, l’uomo che uccideva la moglie o la fidanzata “per gelosia” poteva contare su un’attenuante giuridica: il movente “d’onore”, grazie al quale se la cavava con pochi anni di prigione.

In Italia negli 87 giorni di lockdown della scorsa primavera per l’emergenza coronavirus  sono stati 58 gli omicidi in ambito familiare-affettivo: ne sono state vittime 44 donne e in 14 casi gli uomini. Ciò significa che, durante il lockdown, ogni due giorni una donna è stata uccisa in famiglia. Una vergogna che affonda le sue radici in un’eredità culturale arcaica e ancora attiva: la femmina come proprietà del maschio. Ancora oggi i femminicidi vengono codificati dalla cronaca come “omicidio passionale”,  “momento di gelosia”, quasi a testimoniare il bisogno di dare una giustificazione a qualcosa che è in realtà mostruoso.

È necessario parlare sempre e a chiunque di questa problematica, senza nasconderla o sminuirla. E soprattutto bisogna permettere alle donne che subiscono tali violenze di sapere che non sono sole e sono sempre supportate dalle istituzioni.

Vincent Polichetti

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