Più di duemila anni fa, in Palestina, un predicatore itinerante, un uomo semplice, diventò agli occhi di molti il figlio di Dio. Attorno alla sua parola nacque una Chiesa destinata ad affermarsi rapidamente e con inaspettata fortuna. Eppure, su Gesù di Nazareth si discute da sempre: alcuni credono in Lui come Figlio di Dio, altri confidano nella sua storicità e ne apprezzano gli insegnamenti morali, ma ne rinnegano la natura divina; altri ancora dubitano della sua esistenza.
Sono scarse le attestazioni della storicità di Gesù. La vita del Nazareno, fino agli ultimi giorni che culminano con la morte per crocifissione e resurrezione, è narrata dai Vangeli. Quelli canonici scritti da Matteo, Luca, Giovanni e Marco tra il 65 e il 90 d.C., e quelli cosiddetti apocrifi, scritti successivamente e dall’origine più incerta. Questi ultimi non confluirono nella rosa dei Vangeli canonici del Nuovo Testamento perché spesso propongono un’immagine di Gesù ritenuta troppo giudaica e divergente da quella che sarà l’ortodossia cristiana. Uno di questi è quello di Tommaso, vangelo particolare, che restituisce un’immagine di Gesù spirituale, mistica e che per questo non racconta i fatti, ossia la morte e la resurrezione, ma riporta esclusivamente le parole di Gesù.
La selezione cristiana dei quattro Vangeli di Luca, Giovanni, Matteo e Marco, dunque, risponde a un’esigenza soprattutto teologica. In essi la Chiesa ha riconosciuto i testi che trasmettono il vero insegnamento di Cristo, scritti sulla base dei ricordi che i discepoli avevano di Gesù; ricordi per anni passati di bocca in bocca, arricchiti dalla memoria e forse ingigantiti. Pertanto i Vangeli, per le contraddizioni che inevitabilmente contengono, non possono essere considerati fonti storiche del tutto attendibili.
Forse risultano più attendibili i documenti di fonte romana. Una testimonianza significativa è quella di Publio Cornelio Tacito, senatore romano, avvocato e oratore, considerato tra i massimi storici dell’antichità. Nel XV libro degli Annales, commentando l’incendio di Roma del 64 d. C, di cui si vociferava che fosse responsabile lo stesso imperatore Nerone, così scrive: “Per soffocare ogni diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò quelli che il volgo chiama cristiani. Derivano il loro nome da Cristo, condannato al supplizio sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato”.
Intorno al 120 d. C. è il biografo degli imperatori romani, Gaio Svetonio , a fornire un altro significativo indizio sulla figura di Gesù detto il Cristo. Nel capitolo dedicato all’imperatore Claudio scrive: “Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cristo erano continua causa di disordine”. A Cristo e ai cristiani si riferisce anche lo scrittore Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, parte nord-occidentale dell’Asia Minore, che in una lettera a Traiano chiede se siano corrette le procedure applicate contro i cristiani. Dalla risposta di Traiano traspare un atteggiamento moderato dell’imperatore. Siamo ormai nel II secolo d. C. e Traiano non vuole perseguire direttamente i cristiani: se denunciati potevano essere perseguiti, ma le denunce anonime non venivano considerate e per di più il denunciato doveva provare di non essere cristiano sacrificando agli dei. Questa testimonianza è importante dal punto di vista storico perché ci offre elementi giuridici per asserire che il cristianesimo all’epoca era considerato un reato, al di là dell’antipatia, certa, che i Romani nutrivano nei confronti dei cristiani.
Interessante quanto controversa è, inoltre, la testimonianza che compare nel libro XVIII delle Antichità Giudaiche dello storico Flavio Giuseppe, scritto intorno al 93-94 d.C. Lo storico giudeo-romano scrive: “Visse in quel tempo Gesù, uomo sapiente, se pure lo si deve definire uomo; operò, infatti, azioni straordinarie e fu maestro di uomini che accolgono con diletto la verità. Egli era il Cristo, anche quando per denuncia di quelli che tra noi sono i capi Pilato lo fece crocifiggere. Quanti dapprima lo avevano amato non smisero di amarlo. Egli apparve il terzo giorno, di nuovo in vita, secondo che i profeti avevano predetto di lui”. Il passo di Flavio Giuseppe è la testimonianza più completa ma anche la più discussa che sia pervenuta fino a noi: gli studiosi si dividono tra chi lo ritiene autentico e chi propende per un’interpolazione dei copisti cristiani.
Nella prospettiva storica, Gesù è certamente un predicatore che vuole introdurre una riforma della religione ebraica e si oppone ai poteri costituiti dell’epoca. I Cristiani di ogni tempo e coloro che all’epoca hanno creduto in lui, come tramandano i Vangeli cattolici, ritengono che sia il figlio di Dio venuto sulla Terra per trasformare la fede pagana nella religione cristiana e per sacrificarsi in nome della salvezza dell’umanità tutta. In ogni caso, il carattere innovativo della predicazione del Nazareno si esprime nella non violenza. Questa novità rappresenta una frattura tra il movimento di Gesù e gli altri movimenti che a quell’epoca si diffondevano nel mondo ebraico.
Per comprendere i fatti e gli eventi ascritti alla vita di Gesù è dunque necessario comprendere il contesto storico e sociale in cui egli si muoveva. Il popolo ebraico all’epoca viveva sotto l’occupazione romana e le autorità giudaiche garantivano l’ordine e la regolarità nel pagamento delle tasse. La società ebraica, tuttavia, al suo interno è molto differenziata. Gli autori antichi tramandano che i saducei, severi custodi della tradizione, costituivano la classe degli aristocratici da cui promanava la casta sacerdotale, che rappresentava il popolo di fronte all’impero romano; c’erano poi i farisei, che osservavano in maniera rigorosa la legge, tra cui si distinguevano i zeloti, ribelli attivisti che predicavano l’indipendenza. La setta dei zeloti si contrapponeva a quella di Gesù.
In questa realtà complessa la posizione di Gesù era tutt’altro che semplice, perché egli si contrapponeva alle élites ebraiche, oramai ellenizzate e romanizzate. Si contrapponeva, però, anche agli zeloti perché fanatici dell’interpretazione letterale della legge ebraica.
Gesù, dunque, è un innovatore. Quando caccia dal Tempio i mercanti, in realtà, vuole eliminare alcune pratiche religiose tradizionali. La società ebraica, difatti, si era cristallizzata nella vuota osservanza della tradizione, che consentiva di mantenere tranquillo il popolo. Cosicché i mercanti vendevano animali da sacrificare, perché i sacrifici era una pratica consolidata; mentre i cambiavalute acquisivano le offerte al Tempio, che con esse si arricchiva. Cacciando mercanti e cambiavalute dal Tempio, Gesù rappresentava non solo una minaccia sia per gli aristocratici che per il popolo, colpito nelle sue tradizioni.
Gesù, dunque, è processato e condannato a morte per la forza destabilizzante della sua dottrina. Per il sinedrio, il supremo consiglio, Gesù è reo di bestemmia, imputazione che contempla la condanna a morte. Tuttavia, la condanna a morte spetta all’autorità romana. Così il Nazareno viene condotto davanti al procuratore della Giudea, Ponzio Pilato, che non è propenso ad assecondare le richieste del sinedrio. Tuttavia, c’è un capo d’accusa che non può ignorare: l’autoproclamazione di Gesù di Nazareth a re dei Giudei. Al termine della sua istruttoria Pilato non rileva alcuna colpa in Gesù; nemmeno l’accusa di essersi proclamato re dei Giudei gli sembra fondata, ma i membri del sinedrio premono per la condanna a morte. A Pilato non resta che un ultimo tentativo, previsto dalla tradizione per le festività della Pasqua: liberare un prigioniero. Il procuratore lascia scegliere la folla tra Gesù e Barabba, tra il predicatore e il ladro responsabile di omicidio, e la folla sceglie Barabba.
Il comportamento di Ponzio Pilato, che da sempre è stato valutato come ignavia, ha subito di recente una rivisitazione storica. Difatti uno storico del diritto romano ha rilevato che esisteva una norma giuridica che esortava i governanti romani a non tenere in conto le vane voci del popolo. Alcuni, dunque, ritendono inverosimile che Ponzio Pilato si sia rivolto al popolo, lavandosene le mani. In ogni caso la vicenda di Ponzio Pilato è indicativa della politica di occupazione militare operata dall’impero romano. I governatori romani cercavano di non contraddire le élites delle popolazioni dominate. Pertanto è probabile che di fronte a una folla tumultuosa anche un governatore romano preferisse fare un passo indietro.
Gesù crocifisso con i piedi e i polsi trafitti sai chiodi, dopo tre ore di agonia, spira intorno alle tre del pomeriggio del venerdì. Secondo i Vangeli ad occuparsi della sua sepoltura è un membro del sinedrio: Giuseppe d’Arimatea. La domenica mattina alcune donne giunte al sepolcro lo trovano vuoto. Per i Romani e per gli avversari dei cristiani sarebbero stati i gli amici di Gesù a trafugare il suo corpo e a far circolare la voce della sua resurrezione. Secondo i Vangeli, invece, Gesù sarebbe realmente risorto e dopo la morte avrebbe incontrato diverse volte i suoi discepoli.
Analizzando i fatti storici che seguirono alla morte e alla resurrezione di Gesù si può affermare che il cristianesimo ha rappresentato una delle grandi svolte dell’umanità, diffondendosi all’interno dell’intero impero romano, benché i cristiani siano stati spiati, controllati e anche perseguitati dagli imperatori. Oggi il mondo è dominato da grandi religioni monoteiste: la più diffusa di tutte, con più di due miliardi di fedeli, è proprio il cristianesimo, nato nel Medio Oriente dall’ebraismo e fondato sugli insegnamenti di Gesù di Nazareth.

Facebooktwitter