Virgilio è, al tempo stesso, allegoria della ragione, la guida che accompagna Dante nel viaggio ultraterreno e il poeta esistito, vissuto nella Roma di Augusto. Agli occhi di Dante, Virgilio è guida e poeta. “Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s’ell’è possente, prima ch’a l’alto passo tu mi fidi” (Inferno, II, vv.10-12). È una guida come poeta, perché nel suo poema, nel viaggio agli Inferi di Enea, sono profetizzati e celebrati l’ordinamento politico che Dante considera esemplare e la pace universale sotto l’impero romano; perché nel suo poema è cantata la fondazione di Roma, sede predestinata del potere temporale e spirituale, in vista della sua futura missione.

 

Soprattutto egli è una guida, come poeta, in quanto tutti i grandi poeti posteriori furono infiammati e ispirati dalla sua opera. Virgilio è una guida come poeta perché, come credevano i lettori medievali, ha anche annunciato, nella quarta Egloga, l’ordine eterno e sovratemporale, la venuta di Cristo, che era un tutt’uno col rinnovamento del mondo temporale: sia pure senza sospettare il significato delle proprie parole, ma in maniera tale che questa luce potesse infiammare i posteri.

 

Ma egli era destinato a fare da guida non soltanto come poeta, bensì anche come romano e come uomo: non possiede solo la bella parola, non solo l’alta sapienza, ma proprio le qualità che lo rendono capace di guidare e che distinguono il suo eroe Enea e Roma in generale: si parla di “iustitia” e “pietas”. La piena perfezione terrena è incarnata per Dante già nel Virgilio storico, il quale è da lui considerato una “figura” per il personaggio, ora adempiuto nell’aldilà, del poeta-profeta che fa da guida.

 

Simone Gargiulo, III B classico

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