(Paradiso, I, 70)

Trasumanar significar per verba

non si poria; però l’essemplo basti

a cui esperienza grazia serba

Dante è considerato il padre della lingua italiana. Egli non solo riconobbe la dignità e l’importanza del volgare, ma lo adoperò anche per scrivere la sua Divina Commedia. Coniò vari neologismi per esigenze espressive, soprattutto nel Paradiso, dato che si trovò a dover rendere a parole una realtà ultraterrena, quindi indicibile. È comprensibile che il nostro poeta si sentisse sprovvisto di parole e che, dunque, avesse bisogno di termini nuovi. Uno di questi è trasumanar, un vocabolo deaggettivale, cioè un verbo che deriva da un aggettivo, ovvero “umano”, a cui è aggiunta la preposizione latina “trans”, che significa “oltre”, “al di là”, ed è un hàpax legòmenon utilizzato nel Canto I del Paradiso.

Il poeta, per compiere il suo viaggio in Paradiso, si rivolge a Beatrice e sente sbocciare in sé il fenomeno descritto in questa nuova parola e si accorge di aver travalicato i limiti umani: trasumanare, infatti, significa andare oltre l’umano, oltrepassare la condizione di uomo, spingersi oltre, diventare “di più” e percepire qualcosa di sublime. Dante si avvale di alcuni esempi per rendere l’idea di questa ineffabile e celestiale condizione dal momento che ha avuto la grazia di provarla e la sua missione è proprio quella di riferirlo agli uomini. Egli ricorre al mito di Glauco che ha cambiato la sua natura ed è diventato “trans-umano”, poiché, dopo aver mangiato dell’erba magica ed essersi gettato in acqua, si è trasformato in una divinità marina. Proprio come lui, il sommo poeta ha subito una metamorfosi e si è sentito “trasumanar” dopo aver guardato la sua diletta Beatrice.

Questo è il presupposto che gli permette di arrivare alla tanto agognata meta finale del suo viaggio: oltrepassare i limiti della natura umana e terrena. La trasumanazione, in ogni caso, non è un fenomeno istantaneo e pertinente solo a questo momento del suo viaggio: è un continuo processo che abbraccia tutta la cantica e che permette al poeta di ascendere a sempre maggiore perfezione. Tale termine, in quanto hàpax, è utilizzato dal Poeta una sola volta, eppure il portento del trasumanare è vivo e attuale tanto quanto colui che l’ha compreso e definito: si potrebbe dire, infatti, che tutti trasumaniamo… anche se spesso non ci accorgiamo che stiamo vivendo quest’esperienza mistica, probabilmente anche perché pensiamo sia qualcosa di antico e di irrealizzabile ai nostri tempi.

La verità è che la meravigliosa caratteristica – e forse anche il potere – dei classici è proprio quello di essere imperituri e di non essere mai anacronistici. Nonostante siamo nel XXI secolo, ognuno può avere la propria Beatrice e può trasumanare attraverso di lei… anche se non è detto che possa accadere solo per mezzo della propria “donna angelo”, anzi. Anche le piccole gioie quotidiane, se vissute con intensità e partecipazione, ci permettono di superare i limiti della nostra banalità; anche gesti di generosa disponibilità e di gratuito affetto ci fanno a volte sentire “divinamente” diversi; anche l’insperata realizzazione di un sogno e il raggiungimento di una vetta che ci sembrava preclusa ci possono permettere di andare oltre il nostro modo di essere: ecco quello che per me si può definire il moderno “trasumanare”. E lo vedo ogni giorno attorno a me, ma anche in me…

C’è chi, come Marika, trasumana ogni volta in cui riesce ad aiutare il prossimo; c’è chi, come Giusy, trasumana quando segna il fatidico gol che le permette di vincere una difficile e temibile partita di calcio; c’è chi, come Martina, trasumana quando cura un animale o quando ne salva anche soltanto uno dalla solitudine dei rifugi; c’è chi, come Ada, trasumana quando sente la sua canzone preferita per l’ennesima volta senza mai stancarsi; c’è chi, come Arianna, trasumana quando abbraccia la sua mamma alla fine di una lunga giornata e quando riesce a renderla felice con piccoli gesti; c’è chi, come me, trasumana quando legge i passi più belli di un libro e quando scrive, o quando abbraccia le persone che ama dopo tanto, troppo tempo.

Nel 2021 è ancora possibile trasumanare, ed è grazie alla minuziosa descrizione di Dante se possiamo rendercene conto.

E tu, quand’è che trasumani?

Facebooktwitter