Dante dalla A alla Z:

C come Cavalcante Cavalcanti

Nel X canto dell’Inferno troviamo una figura di padre di estrema modernità e fragilità: Cavalcante Cavalcanti. La sua comparsa in scena mette in evidenza la sua timidezza, la prevalenza in lui della sfera privata degli affetti familiari che emerge tanto più forte quanto più ravvicinato è il confronto con l’altro animo magnanimo, Farinata degli Uberti, che mostra, invece, il suo esclusivo interesse per la sfera pubblica e per la politica. Non appena vede Dante, Cavalcante cerca il figlio con il proprio sguardo: Dintorno mi guardò, come talento/ avesse di veder s’altri era meco e quando, parlando di Guido, Dante utilizza il passato, è nella risposta di Cavalcante che è racchiusa tutta la sua umanità e la sua ansia per la sorte del figlio. In un climax ascendente, composto da una serie di interrogativi, Come dicesti? elli ebbe? non viv’elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?,  possiamo vedere l’ansia crescente di un padre, la sua trepidazione che si conclude con un dolore senza speranza quando ha la certezza della morte del figlio ed allora lancia un grido e ricade senza speranze nella tomba … una scena che ci restituisce una disperazione tutta umana.

La grandezza di Dante e della sua opera più importante, la Divina Commedia, sta nella sua attualità. Ancora oggi, dopo secoli, cogliamo nelle sue terzine messaggi universali, temi molto importanti che vanno ben oltre quello religioso, spunti di riflessione per argomenti estremamente attuali ed importanti come quello del rapporto padre-figlio. Un tema di fondamentale importanza sin dall’antichità, che si è evoluto nel corso degli anni in maniera problematica fino a giungere ai nostri giorni.

Il rapporto tra padre e figlio è sempre stato caratterizzato da timore, rispetto, subordinazione del figlio nei confronti del padre, che rappresentava l’autorità assoluta che non poteva in nessun modo essere messa in discussione. A partire dal primo Novecento questo rapporto subisce una svolta: crollano i vecchi valori e si inizia a pensare che i giovani debbano liberarsi dei padri, i quali rappresentano una modalità educativa ed esistenziale autoritaria, antica e superata. Alla perdita delle antiche certezze corrisponde il bisogno di trovarne di nuove, con nuovi valori ed ideali, il che genera entusiasmo ma anche smarrimento e insicurezza. In questo periodo i giovani e la loro conflittualità con il mondo dei padri assumono un ruolo di primo piano anche nell’arte e nella letteratura. Per emanciparsi, questi figli della modernità hanno bisogno di “uccidere” simbolicamente i propri padri per crescere, come afferma Freud, il fondatore della psicanalisi. Solo in questo modo il figlio riuscirà a liberarsi dell’ingombrante figura del padre, che condiziona completamente la sua vita e gli impedisce di crearsi la propria personalità.

Dopo il Sessantotto, che vede l’esplodere delle lotte studentesche e dei movimenti giovanili, il conflitto padri-figli diventa anche una questione ideologica e politica. I giovani assumono un atteggiamento ribelle e ostinato nei confronti del conformismo borghese e dei valori della generazione precedente, atteggiamento che si manifesta anche nella moda e nel costume.

Arriviamo così ai nostri giorni e, all’inizio del nuovo millennio, il rapporto padre-figlio appare profondamente cambiato.  Si assiste ad una vera e propria <<eclissi del padre>>, così come l’ha definito lo psicoanalista Luigi Zoja, perché nella nostra società la funzione paterna, intesa come capacità di orientare le scelte dei figli nella progettazione del futuro, si è fortemente indebolita. I padri sono diventati “compagni di gioco” dei loro figli, e non è quello che i giovani della nuova generazione vogliono. Massimo Recalcati, scrittore, saggista, psicoanalista e psicoterapeuta, è riuscito ad individuare la figura di padre richiesta dalle nuove generazioni.

Nel suo libro, “Il complesso di Telemaco”, egli individua nella figura di Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il padre per ristabilire la legge sull’isola di Itaca, un nuovo modo di essere figlio in un’epoca in cui i padri sembrano essere deboli, immaturi e vulnerabili, almeno quanto i loro figli. Certamente il padre atteso da Telemaco non è più il padre-padrone, il padre-eroe, il padre-dio: non è più il padre che incarna il Senso, la Legge, la Verità, bensì è un padre Testimone, che con la propria vita e le proprie scelta rappresenta un Senso possibile, una Legge possibile, una Verità possibile. Il ruolo di questo nuovo padre è quello di far capire al figlio che Legge e Desiderio sono indispensabili l’uno all’altro, perché un godimento senza limiti si rivela effimero.

Il padre, che oggi “interessa” a noi giovani, è un padre che sa generare rispetto non al suo nome ma al suo atto, all’atto della testimonianza. La testimonianza del padre non deve essere esemplare, ideale, rappresentare la Legge o il senso assoluto della vita, bensì deve rappresentare un possibile senso, dei possibili valori ed essere testimonianza del fatto che si può vivere una vita equilibrata tra legge e desiderio, una vita felice nel rispetto delle regole.

Inoltre, Recalcati afferma che l’esperienza del limite è fondamentale innanzitutto per la formazione dell’identità di un giovane ed anche per la sua felicità. Quest’esperienza del limite non è negativa, anzi è proprio grazie ad essa che nasce il desiderio.

E’ ovvio che a una nuova figura di padre deve corrispondere una nuova figura di figlio: non è più Edipo che vive il padre come un ostacolo per il suo desiderio né Narciso che pensa di bastare a se stesso, altro fenomeno diffuso ai nostri giorni, cioè il mito dell’auto-generazione, del farsi da sé, dell’essere genitori di se stessi, e che nega il rapporto necessario di dipendenza dai genitori. La nuova figura di figlio è invece rappresentata, come abbiamo detto, da Telemaco, che aspetta il padre per ristabilire con lui una nuova alleanza.

Il padre e il nostro rapporto con questa figura è, quindi, fondamentale nella vita e nella formazione della nostra personalità. Rappresenta una figura di riferimento, in grado di trasmetterci dei valori non assoluti ma possibili, in grado di darci degli insegnamenti e di aiutarci nelle scelte, una figura che rappresenta un limite, ma un limite positivo che ci aiuta a crescere, affettuoso e nello stesso tempo vulnerabile, come il Cavalcante di Dante. Ecco perché in un mondo come il nostro, in cui si avverte una profonda crisi di valori, il personaggio fragile ed intenso di Cavalcanti ci appare familiare e nello stesso tempo autorevole ed eterno, come eterna rimane la lezione di vita e di umanità del nostro Padre Dante.

MARTINA PALERMO III B / L

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