Oltre ad essere un grande letterato, uomo di cultura e padre della lingua italiana grazie alla sua Divina Commedia, Dante Alighieri  è stato un personaggio impegnato nella vita politica della sua Firenze, ricoprendo diversi incarichi pubblici. Tuttavia nel 1302 il Sommo Poeta, appartenente al partito politico dei guelfi bianchi, divenne vittima di giochi politici e fu condannato dalla sua amata Firenze all’esilio.

Ma all’epoca cosa accadde realmente? E’ possibile che sia stato fatto un uso strumentale della giustizia per eliminare un avversario? La questione, a quanto pare, attraversa i secoli e il caso di Dante ora, a 700 anni dalla sua morte, viene riaperto da un noto giurista. Si tratta dell’avvocato Alessandro Traversi, penalista del Foro di Firenze e docente universitario di Diritto processuale penale, che ha suggerito al pronipote di Dante, Sperello Alighieri, di battersi per una revisione del “processo politico” subito dal suo antenato. Gli articoli 629, 630 e 632 del codice di procedura penale stabiliscono, infatti,  che è suscettibile di revisione qualsiasi sentenza passata in giudicato, qualora emergano nuove prove che dimostrino che il condannato può essere prosciolto e che la relativa richiesta può essere proposta (senza limiti di tempo) anche da un erede del condannato stesso.

Il podestà dell’epoca, Cante de’ Gabrielli di Gubbio, formulò accuse particolarmente gravi nei confronti di Dante, tra le quali quella  di baratteria che oggi definiremmo in termini di corruzione, peculato, appropriazione indebita, reati insomma contro la pubblica amministrazione. Inoltre, vi erano accuse di natura politica: aver favorito i guelfi bianchi a danno dei guelfi neri che a quel tempo governavano Firenze. Traversi esprime il sospetto che queste accuse e imputazioni nei confronti di Dante fossero strumentali, impiegate cioè per eliminarlo. Quasi a conferma, c’è da ricordare anche la norma vigente all’epoca, in base alla quale se l’imputato, chiamato a rispondere in sede penale, non si fosse presentato, questa scelta equivaleva a un’ammissione di responsabilità. Secondo il professor Traversi, “Dante capì la mala parata e decise di non comparire”. Diverse furono le conseguenze dell’esilio, per il poeta, tra cui l’invecchiamento precoce – si definirà infatti ben presto un vecchio dalla barba bianca – e l’allontanamento da Firenze, molto sofferto.

Alla luce di tutto questo ci si domanda quindi se quelle sentenze siano state legittime, se il processo sia stato svolto secondo le dovute norme e se, sulla base delle leggi di allora e di oggi, queste sentenze, esistendo attualmente l’istituto della revisione, possano essere sottoposte, appunto, a revisione. Insomma, fu vera giustizia? Ai posteri l’ardua sentenza.

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