-“Basta! Non voglio più ascoltarti!”

-“Ma dai, mancano poche pagine e domani devo essere interrogata, che ti costa? Ascoltami!”

-“Non ci vediamo da una vita e tu mi parli di Platone? Di questo ateniese nato nel 428/427 a.C.? Ma cosa vuoi che me ne importi?”

-“Senti, io ti sto chiedendo di ascoltarmi e basta, non ti ho chiesto se ti interessa. Prestami un po’ del tuo tempo, non ti chiedo tanto. Platone è attualità e tu nemmeno te ne rendi conto. Credi che di questa figura così lontana mi debba rimanere che si chiamava Aristocle ma fu soprannominato “Platone” per l’ampiezza della fronte o quello che ha detto e sostenuto?”-

Certe volte con mia cugina litigo per un nonnulla, ma mi infastidisce che lei non comprenda questo aspetto importantissimo: la filosofia non è qualcosa di “antico” o di “superato”, per me, è assolutamente attualità e lo vorrei condividere con lei, ma niente da fare, pensa che io stia per cantilenare le solite informazioni: data e luogo di nascita, spostamenti, figli, mogli, opere, e tanto altro, quei dati che si dicono per far vedere che hai studiato, ma che dopo tre settimane magari non ricordi più. In ogni caso, se ne sta lì, seduta sul divano che guarda sempre l’ombra dei suoi piedi e non mi ascolta. Mi sembra di essere l’uomo che, uscito dalla caverna, torna dagli altri prigionieri per poi sentirsi dire che ha gli occhi “guasti” e magari viene pure deriso. La verità è che nella caverna si sta comodi, si sta bene, essere attaccati alle certezze, che forse non sono nemmeno tali, è rassicurante. Tutti sono rinchiusi nelle caverne, sono poche le persone che riescono ad uscire, a vedere la realtà, perché la maggior parte si affida ai sensi, alle sensazioni, praticamente si ferma alla prima impressione senza considerare il resto. Si ferma alle ombre. Forse non si è abituati alla verità, alle entità reali, ognuno ne avrebbe bisogno a piccole dosi, perché così come non è facile sostenere la luce del sole, non è facile neppure sostenere la verità, o almeno non subito, ma è ciò che serve. Anzi, servirebbe un Platone, magari da immaginare come quello raffigurato da Raffaello nella Scuola d’Atene, che andasse per le strade di tutto il mondo, che raccontasse di nuovo questo mito per far rendere conto alle persone che non tutto ciò che vedono è assoluta verità, che le ombre non sono altro che le imitazioni di cose reali. La gente poi, avrebbe voglia di condividere la luce che riempie gli occhi e dissolve le ombre, preoccupandosi di tutte le altre persone che, per loro, sono ancora incatenate nella caverna.

-“Platone, nella nostra società, non dovrebbe fare nulla di nuovo, se non ripetersi, e noi chiedere scusa per non averlo ascoltato.”- continuo dicendole- “Tu potresti iniziare a chiedere scusa a me!”

-“Su, parla! Ma dopo ti dico storia e nessuna scusa.”- Ci stavo riuscendo, ero entrata di nuovo nella caverna, stavo parlando a lei, la prigioniera, e incredibilmente non mi stava deridendo, prendendo in giro; mi stava lasciando entrare in un luogo a cui non ero più abituata. Allora inizio a parlare, a ripetere Platone, a dire quelle informazioni che adesso ricordo e magari domani no, le sue idee, i suoi concetti e lei non si annoiava, non sbadigliava, il sole se n’era andato e lei non guardava più l’ombra dei suoi piedi ma me, stava uscendo dalla caverna: stava cogliendo l’attualità della filosofia ed io ero eccitatissima. Ed eccoci, entrambe, fuori alla caverna, abituate alla luce del sole che riscaldava la pelle, le ossa e anche il cuore.

 

Lucia Izzo 3B classico

 

 

 

 

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