Il sessismo è molto più radicato nella nostra società di quanto alcuni fenomeni evidenti dimostrino, come ad esempio il divario salariale fra uomo e donna o la violenza di genere. In realtà, spesso agisce in maniera subdola, nascondendosi dietro espressioni e modi di dire che hanno origini molto antiche e rafforzano l’idea di inferiorità della donna, che rimanda all’antica organizzazione familiare e mentalità del patriarcato. Ne è un esempio il termine “signorina”, utilizzato per sminuire verbalmente la posizione occupata da una donna, esclusivamente in relazione al fatto che non abbia un uomo al suo fianco. Al contrario, alle donne sposate ci si riferisce con “signora”, titolo che implica maggior rispetto, ma sempre sulla base del legame con un uomo. Un’altra espressione particolarmente retrograda è, secondo noi, “angelo del focolare”, usata in passato in riferimento al ruolo di moglie e madre di una donna, che oggi ha assunto un’accezione dispregiativa.

A questo proposito, Valeria Della Valle, direttrice del vocabolario Treccani, questo mese è intervenuta sul giornale La Repubblica per raccontare che negli anni ’70 si impegnò per eliminare dal vocabolario proprio quest’espressione offensiva. La studiosa ha voluto ricordare quest’episodio in occasione della recente petizione presentata da cento donne italiane per rimuovere dai dizionari tutti gli insulti di natura sessista comunemente rivolti alle donne. Della Valle ha fatto notare che eliminare parole come “troia”, “puttana”, “cagna” e “zoccola” equivarrebbe a commettere il suo stesso errore di giovane linguista: cancellare dal linguaggio scritto la storia della degradazione delle donne a meri oggetti sessuali non apporterebbe alcun miglioramento alla loro immagine presente. Piuttosto, è necessario conservarne il ricordo, in modo da acquistare consapevolezza riguardo al tipo di mentalità che ha partorito queste offese, poiché questa stessa cultura sopravvive oggi.

A dimostrazione di questo, sul dizionario online Virgilio fra i sinonimi del termine “donna” troviamo parole come “sesso debole”, “signorina”, “donna di servizio”, mentre uno dei contrari è l’espressione “sesso forte”. Si arriva così a una sorta di paradosso: da una parte abbiamo la linguista Della Valle, impegnata a offrire alla donna una giusta rappresentazione attraverso il linguaggio, dall’altra un dizionario che descrive la donna secondo il tipico stereotipo di debolezza. Al di là di ciò che è giusto o sbagliato, questo duplice punto di vista dimostra il potere che la lingua detiene sulla questione della parità di genere: in un dibattito tanto vario e complesso, una parola può fare la differenza.

Nella nostra generazione, ciò è valido soprattutto relativamente alla violenza di genere. Sui social ormai spopola l’hashtag #notallmen, cioè “non tutti gli uomini”, diventato di tendenza soprattutto in seguito alla notizia dell’uccisione della giovane Sarah Everard a Londra. Molti ragazzi, quando sentono parlare di violenza sulle donne, reagiscono con affermazioni del tipo: “Non tutti gli uomini sono dei molestatori: io non sono uno di loro e quindi non mi pongo il problema”. Di certo non realizzano che la questione va ben oltre il loro diretto coinvolgimento, fra l’altro tutto da verificare. Infatti, quest’espressione banalizza il fenomeno della violenza sulle donne perché diventa la difesa di un gruppo che di difesa non ha bisogno, in quanto la nostra società è già plasmata sulle esigenze degli uomini.

Allo stesso modo, sono estremamente dannose anche le tipiche frasi da titolo di prima pagina, come: “Giovane ragazza stuprata da tre uomini per strada”. La voce passiva del verbo è diventata di uso comune per descrivere simili eventi; quando è associata a osservazioni sull’abbigliamento femminile o sul trucco, rinforza la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenze e molestie, che sono invece innocenti.

Risulta quindi evidente che per cambiare i meccanismi di una società come la nostra, che affonda le sue radici in secoli di storia, è necessario modificarne le fondamenta e dunque agire innanzitutto sul linguaggio.

Arianna de Martino e Chiara Falanga, IIIA Classico

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